La codifica delle informazioni ha generato quel senso di immediatezza a cui si fatica a rinunciare, e viceversa: in risposta al bisogno di rapidità, la realtà viene tramutata sempre più in forma di codice. Ciò è soltanto uno dei temi trattati da Sebastian De Gobbis nelle sue tele ad olio della serie Code, in mostra presso Skalette Bistrò, a cura di Sara Villardi.
La rivelazione del Codice è avvenuta gradualmente, a partire dalle sperimentazioni sull’arte figurativa. Il connubio tra linguaggio spirituale e modernità non è casuale, in quanto Sebastian racconta come «l’arte sia una vocazione, la stessa per cui quando l’artista lavora, è come se fosse in ascolto di un messaggio». Così, ci si rende portavoce di un qualcosa da offrire al mondo: «Tant’è che a lavoro finito, ho preso le distanze dal dipinto, non lo sentivo mio, e ci sono voluti cinque anni prima che riuscissi a capire che era questo il prodotto ideale. Pensa, lo definiscono prodotto e non opera d’arte. Presentandolo al pubblico, ha ottenuto successo e alla prima mostra mi hanno chiesto di poterselo tatuare», sorride.
Similmente alle quantità infinite di dati immagazzinate sotto forma di codici, sono opere che ad ogni sguardo rivelano dettagli e riferimenti nuovi; a partire dal significato originario di codice, in rimando a caudice, ovvero il tronco degli alberi, per sottolineare lo sviluppo della scrittura dalle tavolette di cera sino all’era digitale. Le linee posso essere viste come i pilastri della tossicità industriale su cui si erge l’intera società; mentre le radici sono rappresentate dai nove numeri, dotati anch’essi di significato mediante tabella numerologica europea. Afferma: «Le righe raffigurano il consumismo attraverso le quali vediamo solo i contorni delle cose come pace, religione, libertà; concetti poi sfalsati dai colori, ovvero da opinioni prive di fondamento».
Viene a mancare la firma dell’artista perché l’opera non gli appartiene veramente, mentre una sagoma nascosta tra gli edifici osserva lo spettatore da una finestra. Allo stesso modo, l’uomo si sta annullando, non interagisce con la natura. Una società al baratro, dove una cascata di codici celano la realtà artificiale del film Matrix in cambio di un’illusione. Una critica al sensazionalismo dove le linee diventano il sipario tra il palcoscenico e il pubblico. Una critica alla pretesa di spettacoli fugaci purché d’impatto; ragion per cui oggi l’attenzione viene soddisfatta in una manciata di secondi.
«L’intelligenza artificiale non mi spaventa. Penso basti staccare la spina. Bisognerebbe temere di più ciò che gli esseri umani hanno in mente di fare con uno strumento che di per sé è innocuo». Infine, per gli artisti di domani un unico consiglio: studiare e farsi condurre da quella furia creativa nel mentre si fa ciò che ci piace.
